Il cantiere edile come opera d’arte

Correva l’anno 1848 quando in Europa scoppiarono guerre, moti popolari, insurrezioni, rivolte: giustappunto accadde un “quarantotto”! Lo sconvolgimento colpì pure lo Stato Pontificio e un gruppetto di archeologi (si definivano “antiquari”) che stava scavando alle porte di Roma, zona Centocelle. Avevano ritrovato una tomba di rara qualità artistica, la Tomba degli Haterii, importante famiglia di imprenditori edili del I secolo, quando alcuni facinorosi (Garibaldi con Mazzini, Armellini e Saffi) deposero il Papa e proclamarono la Repubblica Romana. Detto, fatto, la periferia dell’Urbe si trasformò in un campo di battaglia, pertanto gli archeologi decisero di impacchettare i loro reperti e di depositarli ai Musei Vaticani, dove furono ritrovati e studiati a distanza di cent’anni.

Tomba degli Haterii, zona Centocelle, fine I sec. d.C.

Tomba degli Haterii, zona Centocelle, fine I sec. d.C.

La ricostruzione dei frammenti pose in luce, tra gli altri, una scenetta molto interessante: il sig. Haterius, defunto come si vede dalla postura, assiste dall’Aldilà e circondato dagli Antenati, alla costruzione di un tempio eseguita con l’uso di una gru. Forse i manovratori sono i suoi figli. La scena è talmente ben definita nei particolari che si è potuto effettuare la ricostruzione grafica del mezzo, ma anche un suo modellino che ne dimostra il funzionamento: si tratta di una gru a due gradi di libertà, mossa da una rota calcatoria. Considerando il peso complessivo degli addetti alla ruota ed il rapporto tra ruota e verricello (come per le biciclette), questo attrezzo manovrato da quattro uomini era capace di sollevare qualche diecina di quintali, con ciò dando risposta a chi si chiede come facessero gli antichi a sollevare i pesi: ovviamente con la gru!

Colonna Traiana, Roma, II sec.

Colonna Traiana, Roma, II sec.

Non era il solo modello in produzione in quanto Vitruvio ci parla anche di una gru con tre gradi di libertà (calcese), seppur destinata ad operatori molto specializzati. Ne vedremo l’evoluzione. Un cantiere specifico ci viene tramandato da un’altra opera famosa, la Colonna Traiana, dove si nota che la sezione di Genio Militare dell’Esercito Romano era molto attiva e precisa nella costruzione di accampamenti spesso destinati a divenire città. Le tecnologie sono semplici come si conviene ad operazioni militari. Mattoni, malta, legname, ma anche conoscenze tecniche precise, come dimostra l’attenzione all’instabilità dell’equilibrio, denotata dalle controventature dei piedritti.

La costruzione della Torre di Babele. Venezia, atrio della Basilica di San Marco.

La costruzione della Torre di Babele. Venezia, atrio della Basilica di San Marco.

Molto interessante una miniatura del Virgilius Vaticanus, un’edizione istoriata dell’Eneide risalente all’ultima fase dell’Impero Romano, dove si apprezza la presenza della gru, ma soprattutto l’organizzazione del cantiere: chiarissima la figura del Direttore dei Lavori, poi tutte le squadre all’opera, ciascuna con il suo preposto che impartisce direttive specifiche. Nei secoli successivi non si trovano tracce apprezzabili finché, all’approssimarsi dell’anno Mille (come afferma poeticamente Rodolfo il Glabro) “si sarebbe creduto che il mondo, gettando lungi da sé gli antichi vestimenti, s’ornasse di un candido manto di novelle chiese”.

Questo ornamento prezioso è costituito da nuovi cantieri, da nuove superfici da decorare, da nuovi monasteri in cui gli amanuensi producevano codici miniati, dalla riscoperta delle tecniche edilizie e dall’entusiasmo della loro rappresentazione all’interno di nuove opere d’arte, in quanto esse sono i mezzi di comunicazione sociale dell’epoca.

Costruzione della Torre di Babele. Monreale.

Costruzione della Torre di Babele. Monreale.

Il panorama è amplissimo, come è giusto che sia il panorama di uno scenario nuovo, ma molto accattivante. La ripresa della copiatura della Bibbia, fortemente decorata, e di altri testi sacri, ha portato in primo piano episodi specifici, la cui attenzione simbolica è accresciuta dalla presenza percepita del cantiere come attività d’ingegno umano. Parto da un paio di mosaici, che giustamente vengono considerati dei capolavori: San Marco a Venezia e il Duomo di Monreale. In entrambi i casi l’artista ha messo nella rappresentazione, seppur didascalica, tutte le sue conoscenze in materia: ponteggio, malta di calce, scalpellini.

L’identica rappresentazione è contenuta in codici minati, dove ricompare anche la gru, elemento di forte impatto tecnologico. Il cantiere è ormai rappresentato in pieno svolgimento.

Il filone della Torre di Babele colpisce l’immaginazione per almeno cinquecento anni, lasciandoci rappresentazioni che si evolvono col passare del tempo e fanno annotare l’evoluzione degli impianti e dei concetti, ma anche la costanza di alcuni strumenti edili ancor oggi in uso. Uscendo un po’ dal tema penso sia doveroso annotare il significativo richiamo, operato da Francesco Borromini a Sant’Ivo alla Sapienza, ove la torre cuspidale della Cupola si avvolge a spirale, ricordando che la Sapienza/Sofia (Biblicamente considerata) porta a Dio, mentre l’interesse puramente umano conduce al fallimento che fu tipico della Torre di Babele.

Ulteriore episodio che ha colpito l’immaginazione, per il suo significato mistico e per la carica espressiva, è la costruzione o la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. La ritroviamo in codici di tutta Europa, descritta secondo l’immaginazione degli artisti, che intendevano far percepire la storia travagliata di un monumento simbolico. Interessante l’immagine di Francesco Pesellino (ora a Boston) dove si possono apprezzare due elementi importanti: la malta in uso nel tardo medioevo deve essere stata di consistenza plastica, diversamente un impasto molto fluido non sarebbe stato trasportabile con una tavoletta; in secondo luogo la cazzuola presenta l’aspetto consolidato di un oggetto che ha raggiunto la perfezione ormai da secoli. Ho trovato un codice (Archivio Municipale di Crotone) che riporta la descrizione degli attrezzi di un muratore all’epoca della rinascenza, e stupisce vederli disegnati come in un catalogo moderno.

A parte la cazzuola, il filo a piombo con opportuna carrucola per tenerlo alla corretta distanza dal muro, la virga (righello) e la squadra/archipendolo, merita due parole la dolabra o dolabella, detta anche malepeggio. Costituiva una dotazione fondamentale per i legionari romani, che con essa potevano scavare, scortecciare, piantare chiodi, rettificare massi, ma anche compiere sacrifici e, bisogna dirlo, uccidere i civili senza rovinare il prezioso filo del gladio. La troviamo rappresentata in più scene sulla Colonna Traiana, ma la possiamo trovare da un buon ferramenta anche oggi: pesava una libbra ed oggi la troviamo con la massa metallica di 400 gr. Nell’esercito romano si soleva dire che le battaglie si vincono col gladio ma le guerre con la dolabra, a significare tutto l’intervento di genio militare che una vittoria richiede. Non da ultima ha meritato considerazione la fatica di Noè nella costruzione dell’Arca. Abbastanza ovviamente da questo cantiere si apprendono varie fasi di operazioni correnti sulle costruzioni in legno, con le tecnologie e gli attrezzi conseguenti, in particolar modo la sega e il trapano, che assumono pure loro una costanza millenaria. Può essere interessante seguire la storia di uno strumento umile come la sega che, alla pari della cazzuola ha raggiunto la sua forma perfetta da almeno due decine di secoli. Si consideri la variante con lama esterna e quella con lama centrale rotante, giusto per far comprendere come i problemi operativi fossero stati ben affrontati. Le immagini ce la riportano con piena definizione tecnologica.

Francesco Pesellino (1450), Davide assiste alla costruzione del tempio di Gerusalemme.

Francesco Pesellino (1450), Davide
assiste alla costruzione del tempio di
Gerusalemme.

Questa ricchissima produzione artistica ebbe una sostanziale pausa con Gutenberg (metà XV sec.) e con i concetti della prima Rinascenza, in quanto la diffusione della stampa ed i dettami di Leon Battista Alberti spostarono (almeno per un po’) l’attenzione verso la pittura da cavalletto e verso opere non specifiche per fini di culto.

In ambito laico la rappresentazione del cantiere manifesta un sorta di onorificenza attribuita a chi ne ha promosso la realizzazione. In particolare i governanti e gli uomini d’arme ne traggono beneficio d’immagine e vengono ritratti davanti ad una struttura in esecuzione, proprio per dare il senso del loro operato positivo davanti alla storia.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, Roma.

Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, Roma.

Si possono far scorrere molte immagini, spesso interessanti solo per la tecnica edile che viene rappresentata o per gli accorgimenti che si possono percepire dalla rappresentazione, annotando lo sviluppo delle tecnologie in un mondo che si muove senza motori, elettrici o a scoppio; non importa. Eppur si muove. Interessanti, nel rinascimento, gli studi sulle macchine da sollevamento, specializzati pure nel conferire il moto a masse di notevoli dimensioni: cito Francesco di Giorgio e Cesare Cesariano, fra altri. Lentamente si percepisce come il cantiere vada assumendo una valenza propria, quale luogo dello spirito in cui la trasformazione del mondo avviene e diventa storia percepibile, sublimando, in un certo senso, le faticose funzioni che comunque vi si debbono compiere.

Dalla rinascenza all’ottocento è tutta una manifestazione di sudore e muscoli, di fumi provenienti dalle forge o dalle buche della calce, di operai attenti, coinvolti in operazioni di una certa complessità, che mostrano l’opera del cervello unita all’intervento più brutale.

L’Esposizione Universale di Parigi, 1900.

L’Esposizione Universale di Parigi, 1900.

Questo è il senso del cantiere, una trasformazione cosciente del territorio, compiuta con la fondata certezza che l’opera stava comunque alterando l’equilibrio della natura; quando questa certezza ha cominciato a vacillare, sotto i colpi del profitto vile, la poetica del cantiere è andata a nascondersi, per tornare a far capolino nei rari momenti che solo chi il cantiere frequenta riesce a percepire.

Imhotep – colui che viene in pace – per i suoi studi sulle fondazioni e le colonne ci fa capire come 2.600 anni prima di Cristo avesse percepito il rapporto Sigma=P/A e il concetto di baricentro. Gli Egizi lo divinizzarono per il contributo dato allo sviluppo delle costruzioni ed almeno da allora il cantiere edile ha assunto un’aura di sacralità, che gli ha fatto acquisire, spesso, un posto nella pittura e nell’arte. Il percorso che ho cercato di fare, tenta di raccogliere i segni e le testimonianze di un fascino antico ma ancor oggi leggibile.

Alberto Maria Sartori

About Alberto Maria Sartori

Ingegnere civile edile, cultore della storia edile di Verona oltre che delle tecniche di consolidamento strutturale degli edifici monumentali.
Autore: Alberto Maria Sartori
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