La città di Alcina ovvero l’ingegneria idraulica come arma impropria

Non appena l’uomo prese coscienza di sé, calato nel flusso del tempo e della storia, nacque un proverbio che il latino sintetizzò come ben sapeva fare: “Nihil sub sole novi”. Per accrescerne il fascino, questo detto può esser tradotto in più modi per cui, oltre all’usuale “nulla di nuovo sotto il sole”, si può rendere anche “nulla di ciò che è sotto il sole è nuovo” intendendosi perfino che la vera novità non è nelle cose che si vedono, ma nell’evoluzione che si cela nell’animo umano. Proprio per questo motivo può essere interessante rileggere talune vicende del passato inforcando gli occhiali che ci forniscono le nuove elaborazioni dei meccanismi della conoscenza.

Alla metà del cinquecento, o poco più avanti, Alfonso II d’Este, Duca di Ferrara, sparse la voce che avrebbe edificato la favolosa Città della Maga Alcina, luogo fantastico uscito dalla fantasia di Ludovico Ariosto, cantore ufficiale di Casa d’Este e segretario del Cardinale Ippolito. “Non fu duo miglia lungi alla marina che la bella citta vide d’Alcina. Lontan si vide una muraglia lunga che gira intorno e gran paese serra e par che la sua altezza al ciel s’aggiunga e d’oro sia da l’alta cima a terra…” (Orlando furioso VI 59. 3-4): ecco il progetto bell’è fatto, ma dove? Il Ducato comprendeva un luogo meraviglioso, l’Isola di Mesola, alla foce del Po, entro un bosco bellissimo, allora come ora popolato di cervi, di daini, di tartarughe di terra ed un gran numero di uccelli. Quello divenne il sito prescelto per “Mesola” la “media insula” della topografia antica del Delta, affacciata sulla Sacca di Goro, perfetto porto naturale sulla foce di un ramo del Po. Il Duca ben conosceva la zona, avendo impiegato enormi sforzi, anche economici nella “Grande Bonificazione Estense” cui si erano dedicati i suoi “giudici d’argini” (ingegneri idraulici).

Nel cuore della futura Città, avrebbe costruito un palazzo strano ed incantato come luogo di delizia per Margherita Gonzaga, la sua moglie bambina, giunta appena quindicenne alle nozze. Il progetto non è così sciocco come oggi si può pensare, infatti il Papa Piccolomini aveva costruito Pienza chiamando il Rossellino come architetto, Cosimo de’ Medici stava iniziando Livorno, Vespasiano Gonzaga ultimava Sabbioneta… i Veneziani cercavano un buon motivo per edificare quella che sarà Palmanova, tuttavia qualcosa di forse ancor più grandioso prende forma nei territori orientali del ducato di Ferrara. Detto fatto il Duca si mise all’opera, assoldando una gran massa di lavoranti anche dalle zone limitrofe: centinaia di forzati che innalzano chilometri di muraglia, scavano canali e approntano strade, edificano un palazzo e gettano le fondamenta di altre residenze.

Durante i lavori, all’orizzonte, ma sulla riva veneziana del Po, apparve una cavalcata di gentiluomini, preceduta dalle bandiere bianche di San Marco con il Leon in moeca: era il Procuratore di San Marco, con il Savio alle Acque, il Proto Maggiore e tutta una schiera di amici e compagni di lavoro che avevano pensato bene di prendersi una vacanza, andando a caccia sul Delta, pescando, rilassandosi un poco dalle fatiche della loro attività in Arsenale o nelle Procuratie. Poiché la Repubblica aveva un complicatissimo codice delle bandiere e dei gonfaloni da usarsi a seconda della situazione, i drappi bianchi stavano proprio a significare che la combriccola era in pace e che si faceva i fatti suoi (divago raccontando che le bandiere azzurre significavano alleanza, le rosse erano bandiere di guerra dell’esercito, le rosa i gonfaloni della flotta militare, viola per le tregue, con il Leon in moeca, andante, andante con spada e libro, con libro aperto, con coda levata etc. a seconda delle circostanze).

I veneziani si scappellavano vistosamente vedendo sulla sponda opposta qualcuno che li osservava, ma per loro fortuna non potevano sentire gli improperi lanciati dai lavoratori ferraresi, gente tosta ed usa a lavorare, dura di lingua e piuttosto scandalizzata da quella vacanza da damerini sfaccendati.

Dopo qualche giorno di bella vita, i veneziani lasciarono il luogo, portando un ricco bottino di cacciagione per il Doge e per gli amici rimasti a casa.
A Venezia, davanti alle tavole imbandite… si tenne una sorta di consiglio di guerra: gli occhi lunghi dei tecnici, avevano ben visto che Alfonso raccontava balle, mentre che si confer- mavano le voci di cui i vari “agenti” avevano dato notizia. La Città di Alcina era un grande porto militare alla foce del Po, molto fortificato, con una cinta muraria di dieci chilometri (la Verona di Cangrande aveva una cinta di undici chilometri) ed il palazzo dalla forma inconsueta era una fortezza di nuovissima concezione. A pianta quadrata, portava quattro torri quadrate agli angoli, ortogonali alle diagonali del quadrato principale, per poter piazzare opportunamente le artiglierie di cui Casa d’Este menava vanto in Europa (tra gli altri, Giovanni dalle Bande Nere ci aveva rimesso la pelle), coprendo amplissimi settori con modesti aggiustamenti della postazione. La mancanza di un cortile interno, poi, non era bizzarria, ma una misura di difesa dai lanci di precisione di fuoco greco, specialità che i veneziani avevano ben appreso dagli orientali.

Il motivo di tutto ciò era lo stesso Alfonso, che era titolare di un Ducato in qualità di vassallo per metà dell’Impero (Modena e Reggio) ma per la metà migliore risultava vassallo del Papa (Ferrara con il Po). Il Papa, cui veniva rinnovato periodicamente l’omaggio per mantenere l’investitura, gli aveva detto chiaramente che in mancanza di eredi diretti Ferrara sarebbe tornata agli Stati della Chiesa, non potendo egli accettare la trasmissione ereditaria a figli illegittimi (Bolla Pontifica di Pio V del 1567 Prohibitio alienandi et infeudando). Il guaio stava nel fatto che il povero Alfonso non riusciva a generare, ma anche nella sfortuna che lo perseguitava, essendo egli già due volte vedovo… e la terza moglie non accennava a gravidanze. Il buon uomo, che i veneziani chiamavano ironicamente osel da aqua, nel tentativo di salvare il Feudo, almeno a favore di Cesare d’Este, suo cugino, ma discendente da un ramo di illegittimi, concepì il progetto grandioso di costruire una città alla foce del Po in modo di fare concorrenza ai traffici di Venezia, intercettando prima le mercanzie che, tramite il fiume ed i canali già presenti, avrebbero potuto essere facilmente smistate in tutta la pianura padana fino a Milano, Bologna ed, ovviamente, Ferrara. In tal caso avrebbe guadagnato meriti agli occhi del Papa (cui pure sarebbero andati parte degli aggi di transito, in qualità di signore feudale), aspirando così a chiedere una deroga e una assoluzione postuma per il Nonno, che non aveva rispettato il sacro vincolo del matrimonio

Bel progetto! Logico, articolato, coperto da giuste cautele, così come si conviene quando è in gioco una posta altissima.

A Roma la Corte Pontificia non disse né si, né no, limitandosi a prendere atto, ma a Venezia si erano messi in moto gli ingegneri idraulici, coordinati dal Savio alle Acque, che avevano chiesto addirittura la benedizione papale per un loro progetto di bonifica e difesa costiera, teso a proteggere le care Diocesi di Chioggia e di Adria, oltre che ad evitare danni in Laguna, già provata dall’Adige, dal Piave e dal Brenta: quanti pensieri! Detto, fatto, con solerzia venne operato il Taglio di Porto Viro, tutto in terra veneziana… chirurgicamente e velocemente eseguito, e, per disgrazia, cominciò ad interrarsi il Porto della Mesola. Che peccato! Quella che avrebbe potuto risultare la più grande città di nuova fondazione del Rinascimento italiano sulle rive del Mediterraneo non giunse mai a compimento per uno stratagemma idraulico messo a punto dagli ingegneri del Dogado.

Ora la Mesola sorge, malinconicamente, a trenta chilometri dalla costa, altro che porto in concorrenza a Venezia! Alfonso morì, designando erede Cesare, il quale venne confermato dall’Imperatore, ma non dal Papa, dovendo così migrare da Ferrara a Modena. Ricevendo la Bolla di sfratto Cesare rispose che Casa d’Este si sarebbe portata via tutto da Ferrara e mantenne la parola, smontando perfino i camini dall’interno dei Palazzi e grattando le facciate delle case per togliere gli intonaci affrescati, determinando così l’attuale aspetto della città. Il Legato Pontificio lasciò fare ma al momento della partenza, con viso allegro, gli disse che il Papa, considerando il gran capitale che il Duca Alfonso aveva impiegato alla Mesola, gli lasciava la proprietà del Castello e dei terreni circostanti come bene allodiale (proprietà privata personale non feudale). Se non poteva attraccarci le barche, almeno andasse a caccia nei dintorni.

La storia poi ci dice che il successivo Legato, Cardinale Donghi, tentò di contrapporsi agli effetti del Taglio, facendo effettuare a Papozze un controtaglio, teso ad intercettare una maggior quantità d’acqua, ma non conseguì i risultati sperati.

 

Alberto Maria Sartori

albertosartori@studiosartori.com 

Autore: Karin Cipriani
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